Amore, cucina e curry di Lasse Hallström. Da Chocolat al cardamomo…

amore, cucina e curryBoeuf bourguignon contro pollo tandoori. Due tradizioni, due culture si sfidano a colpi di salse olandesi e cardamomo. Il risultato, una buona miscela di ingredienti che però manca di originalità. Ispirato al romanzo di Richard C. Morais, “Amore, cucina e curry” è l’ultima pellicola di Lasse Hallström dal 9 ottobre nelle sale italiane.
Dopo la tragica scomparsa della madre nel corso di un incendio a Mumbai, Hassan si trasferisce con la famiglia a Saint-Antonin-Noble-Val, un paesino nella regione del Midi-Pirenei dove “Papa” interpretato da un comico Om Puri, si fa ambasciatore dell’antica tradizione culinaria indiana. “Ai francesi non piace la cucina indiana, i francesi mangiano cose francesi”, la famiglia Kadam frena l’entusiasmo del padre che invece non si rassegna: “ai francesi non piace la cucina indiana perché non la conoscono”. Naturalmente, la commedia vuole che la famiglia Kadam apra il suo ristorante, che suscita quindi, la curiosità e l’ammirazione poi degli abitanti del paesino. E come in tutte le storie non manca l’antagonista: una brillante Helen Mirren nelle vesti della ricca vedova Madame Mallory, proprietaria del lussuoso ristorante Le Saule Pleureur, che ha la sfortuna di trovarsi esattamente di fronte al nuovo ristorante dei Kadam.
Tra Madame Mallory e Kadam padre si instaura inizialmente un rapporto di rivalità, che si trasforma gradualmente in rispetto reciproco e quindi ammirazione. Uno straniero e una francese, un padre di famiglia e una vedova spocchiosa, un nostalgico che viaggia per il mondo con una valigia di spezie indiane e una raffinata e algida madame che vive in attesa delle stelle Michelin non sembrano avere molto in comune. Ma poi il raffinato buon gusto francese e la creativa vitalità indiana si incontrano a metà strada, seguendo i passi di Hassan: giovane promessa del ristorante di famiglia, si scopre talentuoso chef da Madame Mallory fino a raggiungere le stelle della cucina molecolare a Parigi.
É tra i fornelli dunque, che nascono amori, si incontrano culture, si impara l’arte, è tra i fornelli che si cucina la storia a ritmo di assiomi sull’amore per il cibo e la passione della vita. Una manciata di giallo zafferano sembra ricoprire paesaggi da cartolina e accenti d’oltralpe di una sottile patina che addolcisce i clichés e illumina i sentimentalismi.
“Perchè cambiare una ricetta che ha 200 anni?- chiede Madame Mallory- “Perchè forse duecento anni sono troppi”, risponde Hassan. Eppure a quattordici anni di distanza, Hallström ha ceduto alla tentazione di riproporre la stessa ricetta. Su una struttura simile a Chocolat, il regista svedese innesta qualche variante che colpisce chi non ha memoria della chocolatière Juliette Binoche. Sullo stesso sfondo della provincia francese prende vita la storia, questa volta dal tono più ironico, ma dall’aria ormai un po’ retro, che lascia l’animo sereno ma la mente inappagata.
Tuttavia, è in certi sapori che ci rifugiamo, in certi profumi che amiamo dimenticarci, solo per il gusto di ritornare a trovare noi di un tempo. Ed è in quel viaggio nella memoria che riscopriamo il nuovo, o semplicemente un senso. L’avrà trovato Hallström? “La cucina non è un vecchio e logoro matrimonio, è ancora un amore passionale”, ripete convinta Madame Mallory.

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Maratea, la vecchia amante del sud

La chiamano “la perla del sud”, la ammirano i settentrionali che si inoltrano nell’ignoto meridione chiamato Basilicata, la adorano i veri amanti di quella che mia madre definisce “la montagna sul mare”. Maratea: quell’oasi dalla natura lussuriosa incastonata tra gli scogli della costa tirrenica, è porto sicuro non solo per i suoi aficionados ma anche per i sempre più numerosi turisti d’oltralpe. Ma i marateoti non lo sanno e rassegnati sopportano il turismo loro malgrado, in attesa di riconquistare la pace alla fine della stagione estiva.
In realtà la pace è la regina di Maratea, rifugio tranquillo per gli anziani in cerca di riposo o per i vip e pseudovip in fuga dalla mondanità.
I bambini non piangono a Maratea per non far troppo rumore, i cani abbaiano sottovoce, la vita notturna non è contemplata nel vocabolario marateota: chi vuol ballare va a Praia, a San Nicola Arcella.. Insomma fuori dall’oasi.
Allora ci ostiniamo a contemplare dal muretto del porto il luccichio delle barche nell’acqua, il brillare delle stelle in cielo, i pescatori che prendono il largo la notte.. E ci sentiamo tutti poeti.
La lista delle solite critiche si potrebbe estendere all’infinito. Troppo tranquilla, troppo dispersiva, troppo umida, troppo scomoda, Maratea avrà tanti difetti, ma sicuramente non lascia indifferenti. La sua particolarità risiede proprio in quel ‘troppo’, segno del carattere inusuale e deciso di un posto che non ammette paragoni. E non accetta turisti per caso. Maratea non è per gli animi tiepidi, vuole essere amata o odiata, ma intensamente.

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Nascosta tra i verdi boschi e il blu del mare, “la perla del sud” sembra una ragazza introversa e un pò scontrosa. Chiusa come uno scrigno, rivela le sue gemme preziose solo ai pochi che sanno amarla. Solitaria e quasi schiva, sfodera la sua incontaminata bellezza a chi sa superare gli aguzzi scogli.
Il turista di Maratea è un avveduto viaggiatore, informato da amici e parenti della meraviglia del sud, oppure un inguaribile amante.
Ho visto diversi posti nella mia vita, amo viaggiare e andare sempre alla scoperta del nuovo, ma amo anche tornare. Ogni anno torno a Maratea come il viaggiatore errante alla sua casa.
Maratea è il mio irrinunciabile buen retiro. Il porto sicuro a cui approdare in caso di tempesta e da cui ripartire appena risplende il sereno.
Mi basta percorrere la strada lungo la costa a strapiombo sul mare, sentire il profumo di mirto, e il suono delle cicale per sentirmi subito a casa. Le montagne sembrano aprirsi al mio passaggio, il sole calare più dolce sul mare. Io diversa e qui tutto uguale, lo spettacolo si ripete ogni anno.
Stanotte ho rivisto tutte le mie ‘Maratee’ in un bicchiere di porto: la barca, le corse nei vicoli del paese, i risiko a fiumicello, le prime nuotate alla secca, le notti in spiaggia, le feste sulla sabbia, le cene con amici improbabili, l’alba alla rotonda del porto… Progetti, sogni, desideri aleggiano su quella rotonda, un pensatoio a cielo aperto su quello scrigno dai colori pastello schiariti dall’alba d’ovatta. E come un amante che ritorna sui suoi passi, io ho bisogno di ritornare.
Sosta rigenerante nel trantran metropolitano dell’anno trascorso, proprio come i vecchi amanti, a volte Maratea diventa intransigente. Maratea pretende una risposta chiara per ogni domanda lasciata in sospeso. E non ammette ripensamenti. Al resto ci pensano le bianche onde del mare a ripulire le spiagge nere.
Così ritorno per ripartire. Arrivederci e grazie della compagnia. Per ora mi fermo un pò tra il blu profondo e i verdi scogli.

Quel viaggio chiamato Roma

Tutti pensano di conoscere Roma, basta superare il grande raccordo anulare per sentirsi romani. Si dice che casa è ciò che senti casa. A lungo mi sono chiesta se Roma fosse la mia casa… E la risposta non credo di averla ancora trovata, o forse si.
Arrivai alla stazione Termini una mattina di settembre di quattro anni fa, da allora Roma ha invaso prepotentemente la mia vita. Come gli odori di lercio della stazione misti all’afa di fine estate, ti travolgono e te li trascini dietro per tutta la città. La gente avanza senza ordine e senza criterio, tra le urla di passeggeri che si richiamano tra loro e il trambusto del traffico che si leva dal piazzale esterno, è questa l’immagine che mi rimase impressa la prima volta che arrivai a Roma per rimanerci, e la stessa scena si ripete ogni volta che arrivo alla stazione termini. Allora venivo dalla provincia, da una città del sud dal nome Potenza che solo i suoi abitanti conoscono.
Inevitabilmente, la grandezza della capitale, il fasto degli antichi resti, la maestosità della sua lunga storia subito mi conquistarono. Senza lasciarmi tempo. La grande bellezza mi rubò gli occhi e il cuore. Sarà questo l’impatto che devono avere i turisti, penso ogni volta che incrocio un tedesco o uno spagnolo con il naso all’insù e una cartina tra le mani. Ma vivere a Roma è un’altra storia. Niente di nuovo, vivere in una città è completamente diverso dal visitarla da turista. Eppure a Roma la distanza tra gli abitanti e i turisti è infinita. Credo che la Lonely Planet dovrebbe seriamente pensare di pubblicare “vivere a Roma”, la guida per gli abitanti di Roma, o gli abitanti acquisiti che in fondo sono altri turisti.
Roma città aperta si, Roma accogliente, ma anche Roma con le sue sottaciute leggi e le sue radicate consuetudini.
Romani si nasce non si diventa. La romanità inizia dall’accento, dal ciociaro più cafone al pariolino più raffinato, il romano non si preoccupa della corretta dizione, anzi è contento di sfoggiare la sua riconoscibile cadenza e appena possibile, quel detto locale che afferma definitivamente la sua romanità. Perché tanto lo sanno, il romanaccio piace a tutti. Celebrato in tanti film, glorificato da tanti attori, il romanesco di Sabrina Ferilli è lo stesso di Anna Magnani, segno di un’identità inconfondibile.
La lingua è sempre la chiave d’accesso di una cultura. Sprofondai dunque, in questo mondo romano dall’accento tanto piacevole quanto stucchevole a volte. Perché Roma non conosce vie di mezzo, è forte quanto debole, bella quanto brutta, senza equilibri.
L’euforia dei primi tempi con tutto l’entusiasmo della novità, l’eccitazione della scoperta e della diversità occuparono circa due dei mie anni romani. Vedevo quanto ci fosse di più bello in una città unica al mondo, come una turista in costante estasi. Mi avviavo contenta verso le stradine di Trastevere senza pensare al traffico e ai problemi di parcheggio, mi inoltravo senza macchina nei posti più lontani la notte senza pensare al ritorno e all’assenza di trasporti pubblici, pagavo sorridente biglietti di cinema e teatri senza sapere che nelle altre capitali europee la cultura per i giovani è spesso un’offerta più che una spesa.
Situazioni, momenti, esperienze poi mi portarono in un’altra “Roma”, ma più ordinata e di gran lunga più sofisticata. La vista dal Sacre Coeur dei tetti in ardesia su palazzi d’avorio che si snodano lungo la Senna bastarono per un colpo di fulmine. Parigi mi tiene da allora sotto un incantesimo da cui non riesco a liberami.
Dopo Parigi, Roma fu un ritorno al sud, un salto indietro nel tempo ma senza più l’euforia della prima volta. Tutto mi appariva come un tempo, eppur così diverso. Il calore di una città familiare e l’affetto delle persone a me più care non bastarono a superare l’attrazione per quell’amante imprevista. Il velo che mi offuscava la vista si era squarciato.

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Capita a volte però, di ritrovare oggetti ostili, persone sgradevoli e luoghi spiacevoli e, rivederli sotto un’altra luce. Quest’anno ho rincontrato Roma a casa sua e mi ha di nuovo colpita. L’ho rivista senza l’euforia della novità ma con la maturità di qualche anno in più. Più bella, più interessante, più intensa… Come una donna più matura, ma forse la maturità è nello sguardo di chi osserva. Spesso crediamo che le cose siano così come appaiono in un dato momento, uguali per sempre. Poi ci rendiamo conto che cambiando la lente d’ingrandimento cambia anche la realtà osservata. E rimaniamo delusi di non aver trovato ciò che ci aspettavamo, ma contenti e forse un pò intimoriti dal cambiamento. Fortunatamente le cupole di Michelangelo sono sempre lì, le statue del Bernini pure, i vicoletti di Trastevere sono sempre identici, così come l’antico rione romano che ha il centro nella piazzetta di Santa Maria dei Monti. Tutto è lì da sempre, come sempre, eppure ora sembra che ammicchi, che mi lanci sguardi d’intesa a metà tra l’affettuoso e l’intrigante. Sembra che Roma voglia riconquistarmi. Tradita, senza meritarselo, Roma rivuole la mia fiducia.
Mi invita per un té tra le vie del centro, a cena con ospiti imprevisti, a incontri con antichi scorci mai notati prima.. In quel salotto rinascimentale dalla volta stellata che è la piazza del Campidoglio mi sono ritrovata a pensare che forse Roma ha ancora dei segreti in serbo per me. Come i turisti torno ad illudermi della favola bella che Roma dispiega in tutta la sua verità.

Voci dall’Algeria: il velo della pazienza

Il velo dell’ingiustizia nel paese della pazienza. Nuove elezioni ma il presidente nn cambia, l’Algeria rimane immutata nel tempo. La stanchezza e la rassegnazione si riflettono negli occhi delle donne, specchio di un paese incapace di guardare avanti.

Non cammina, non parla, non appare quasi mai in pubblico, il presidente Abdelaziz Bouteflika appena rieletto e al potere da quindici anni, è la perfetta incarnazione del sistema politico algerino: opaco, bloccato, segreto, che non ha da render conto alla popolazione. Né le proteste, né la concorrenza, né la malattia hanno deviato la sua traiettoria. A 78 anni passati, Bouteflika comincia il suo quarto mandato. A una vittoria programmata gli algerini rispondono con una smisurata astensione. A un sistema corrotto la loro risposta è l’indifferenza: dello Stato hanno imparato a farne a meno. Traditi gli ideali di democrazia e libertà dell’indipendenza, oggi il paese che ha affrontato la sua primavera prima di tutte le primavere arabe, manda in scena la sua marionetta i cui fili sono mossi da un ristretto gruppo di civili e militari.

“Il primo luglio, il giorno in cui l’Algeria entrava nell’indipendenza, Larbi entrava nel coma”, iniziava così dieci anni fa un suo romanzo lo scrittore algerino Kateb Yacine. Quel fervore rivoluzionario del 1954 si è poi lentamente spento nei decenni a seguire, lasciando gli algerini in un sonno profondo. Delusa anche quella debole speranza di risveglio che sembrava il movimento di protesta “barakat”, il popolo algerino si è lasciato persuadere dallo slogan di Bouteflika: “stabilità o caos”.

Tra il cieco consenso e l’amara disillusione, gli algerini preferiscono il silenzio. L’autocensura è un retaggio della guerra civile in un paese rassegnato a una parola non libera. La politica rimane un campo minato di discorsi che gli algerini preferiscono dirottare su bonarie battute. E il silenzio è anche l’arma di un governo dal sistema paralizzato come un orologio dal meccanismo inceppato. L’Algeria di oggi è gestita come negli anni ’70 e i problemi, sempre gli stessi, non sono più percepiti come problemi. Il disagio sociale passa per i volti delle donne che in strada devono ancora abbassare lo sguardo al passaggio degli uomini. “L’Algeria mi ha fatto perdere la speranza di vivere con dignità”, risuonano ancora forti le parole di Meriem, 28 anni, diplomata e disoccupata, che suscitò scalpore per una lettera inviata alla redazione del giornale “Libération-Algerie” nel settembre 2013.

Essere donna in Algeria oggi continua a essere un problema. I politici sembrano ignorare completamente la questione della parità di genere e il solo progresso che consigliano alle donne è quello che va nel rispetto della tradizione. Le donne algerine che rifiutano il velo di un islam frainteso vedono l’emigrazione come l’unica soluzione.

“Harguine”, “bruceremo” ripetono a se stesse le donne che sempre più numerose decidono di bruciare le frontiere. Tanti sono i volti di un’emigrazione ancora poco conosciuta. Faïza Zerouala è oggi giornalista di “Le Monde” a Parigi, Meriem Achour Bouakkhaz è un’emergente regista a Montréal, Selma assistente di direzione di un ufficio a Parigi e ancora nella capitale francese è approdata Nasrine, che lavora oggi nel campo della formazione di adulti. Stanchezza e frustrazione portano sempre più donne algerine a inseguire il sogno europeo o comunque occidentale, nella speranza di sfuggire a un avvilente matrimonio e di realizzarsi sull’altra sponda del Mediterraneo.

Vantano lauree e master nei loro curricula, un ottimo francese oltre all’arabo e al berbero e una grande voglia di libertà, le donne come Nesrine che al giornale francese “Rue89” raccontano: “Soffocavo da tutti i punti di vista: le poche prospettive professionali e i vincoli familiari non sono niente rispetto al fatto che una donna di 25 anni non è libera”. Preferiscono affrontare i lavori più umili, la solitudine della metropoli, la diffidenza dei loro conterranei che una volta arrivati in Europa preferiscono le europee. “I nostri uomini manifestano una forma di complesso che non sono ancora riuscita a comprendere. Avrei preferito vivere con un algerino perché tutto ci accomuna, ma nessuno di loro mi ha voluta”, racconta Dehbia. L’esilio è duro ma una vita in Algeria ancora di più. “Mi sarebbe piaciuto essere ignorante, ingenua, analfabeta e felice. Mi sarebbe piaciuto non essere algerina”, le parole di Meriem a nome di tutte le donne della sua terra.

Dunque, un’emigrazione rosa poco conosciuta che trova spiegazione nel ruolo marginale delle donne sul mercato del lavoro algerino e risponde al vuoto legislativo.

Una sorda lotta che trova il suo bersaglio nel Codice della famiglia, il testo legislativo che istituisce l’ineguaglianza tra uomo e donna: poligamia, tutela della donna considerata minore a vita, disparità sull’eredità, divorzio unilaterale, ripudio e totale obbedienza all’uomo. Un codice che prende vita da una discutibile interpretazione della charia e legittima pratiche sociali in netta contrapposizione con i precetti ispirati alla guerra d’indipendenza e sanciti dalla costituzione del 1976, ancora in vigore. I diritti delle donne algerine sono relativamente garantiti da leggi che spesso non vengono applicate.

Sicuramente “l’Algeria è uno dei paesi insieme alla Tunisia e al Marocco che più si è adeguata a un’idea di modernità in materia di parità, ma rimane ancora forte la tradizione locale”, spiega la professoressa Bruna Soravia, docente del dipartimento di scienze politiche all’università Luiss Guido Carli di Roma. Resiste infatti, la tradizione berbera come fondamentale sostrato culturale dell’Algeria, diversamente dagli altri paesi del Maghreb con una più forte tradizione arabo-islamica. Un’identità berbera che gli algerini temettero di perdere con la colonizzazione francese. Ma la modernizzazione del Paese non significò occidentalizzazione delle donne algerine, fa notare oggi la sociologa Feriel Lalami. La causa della parità di genere fu a lungo sfruttata dai regimi autoritari come vetrina per conquistare la simpatia dell’Occidente, il quale non si è mai veramente preoccupato del progresso sociale e culturale di popolazioni che preferisce tenere lontane dalle proprie coste.

La causa delle donne algerine è una lotta muta che ha trovato più risonanza sulla scena internazionale che rivendicazioni politiche in Algeria. Non rimane che un senso di soffocamento per le donne, nascoste dietro un velo che la società fa passare come segno di protezione e rispetto. Una sensazione di prigionia ben spiegato dalle protagoniste del cortometraggio di Bahia Bencheikh El Fegoun e Meriem Achour Bouakkhaz, girato nel 2010 prima di lasciare il proprio paese per il Quebec. Le donne di “Hna Barra”, “Noi fuori”, parlano di femminilità come limitazione e del velo come menzogna. Raccontano di sentirsi costrette a vestirsi di nero per sentirsi protette, ad attraversare sempre in gran fretta la strada per evitare sguardi invadenti, a nascondersi in un hijab per avere un posto garantito sugli autobus. Ma nascondersi da cosa? “Il problema non è il velo, è essere donna. Il corpo femminile attrae e disturba gli uomini, vittime di un rapporto desiderio/odio e di una società dalle mille contraddizioni”, spiega la regista.

Tra problemi irrisolti e speranze tradite, l’indipendenza dell’Algeria non è ancora pienamente compiuta se le donne continuano a essere considerate “una rosa in regalo per gli uomini”, come ricorda il cortometraggio di Meriem. Quando la strada è lunga e tortuosa, forse una lettura di viaggio può ancora essere utile: “fate qualcosa per voi stesse: leggete Simone de Beauvoir”. È il consiglio della militante femminista algerina Wassyla Tamzali: “Beauvoir rimarrà come l’immagine di una donna che ha voluto pensare la sua libertà”.

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Là, tout n'est qu'ordre et beauté, Luxe, calme et volupté